Gustavo Spector è un po' il padre del padel lombardo. È stato uno dei primi a crederci, nel 2012, quando ha messo i primi campi nel club La Gardanella, centro sportivo alle porte di Milano. Chi ci ha giocato li ricorda bene, dentro a un palazzetto semi-abbandonato, in fondo al club. Due campi un po' più corti di quelli regolamentari (la storia la trovate nel libro...) che sin dall'inizio erano sempre pieni. Gus, come lo chiamano tutti, il padel ce l'aveva nel sangue: gli inizi in Argentina, da professionista, lo studio costante degli aspetti tecnici e tattici, da autodidatta prima e con l'aiuto di alcuni mostri sacri del padel poi. Ha allenato per sette anni la Nazionale italiana, oggi è co-fondatore di una Academy che porta il suo nome (Spector Padel House) nonché una delle voci più autorevoli del padel su Sky Sport. E oggi ha scritto il suo primo libro, "Alla scoperta del padel" (ed. Rizzoli). Gus, ti mancava solo un libro. Devo dire che non è stato semplice, perché non è il mio mestiere. Però avevo voglia di farlo perché secondo me c'è una necessità da parte della gente di capire. C'è poca informazione sul padel e poca educazione. Il mio obiettivo è quello di mostrare una strada un pochino più chiara e più semplice. Il padel è uno sport semplice: giochi e ti piace subito, a tutte le età. Il mio motto è: è vero che ti diverti, ma se lo capisci ti diverti di più. All'inizio del libro parli di tattica e di tecnica, e di quanto sia importante la prima. Ti chiedo: il talento in tutto questo dove lo inseriamo? Una volta Juan Martin Diaz mi ha detto: "Non so perché fossi più bravo degli altri, non mi allenavo più di loro". Questo probabilmente capita anche a Tapia o a Paquito. A certi livelli è così. Però io credo che questo pesi meno nel padel rispetto ad altri sport, perché il padel è più tattico che tecnico. Nel golf o nel tennis, ad esempio, se tu fai un gesto tecnico perfetto avrai un vantaggio enorme. Nel padel non sempre è così e questo per la stessa natura di questo sport, che ha nella costruzione del punto il suo fondamento. Su dieci colpi che giochi, tu sai che almeno otto torneranno. Colpisci la palla e torna, a volte non sai come ma torna: questo è il padel. E questo cambia la prospettiva e l'approccio al gioco. A tennis su qualsiasi palla potrei provare a fare punto, a padel no. Devi capire dove giocare, perché giochi da quella parte. Capire e poi agire. Poi, chiaro, se metti insieme il talento di Tapia e la conoscenza tattica di Bela, allora il mix diventa esplosivo. Ti definisci un formatore più che un giocatore. Hai avuto anche tu dei maestri? Il primo maestro l'ho avuto quando ero in Italia, mai in Argentina. Lì ho fatto un percorso da autodidatta, insieme ai compagni della mia generazione. Quando ho ricominciato a lavorare sul padel, in Italia, sentivo la necessità di aggiornarmi e sono andato da Martin Echegaray. Avevo giocato contro di lui in passato e ho scoperto che era diventato responsabile della formazione in Spagna. Ho assistito a uno dei suoi corsi e mi è servito molto. Da quel momento ho iniziato a studiare diversi maestri e diversi approcci all'insegnamento, credo sia fondamentale per il nostro lavoro. Dici che in Argentina non hai avuto un maestro. E questo vale per tanti altri giocatori che sono diventati molto forti. Come è possibile questa cosa? Questa domanda me la sono fatta centomila volte. Io lavoravo con il tennis e vedevo una dinamica simile. C'erano un sacco di argentini bravi, ma quando tornavo in Argentina non vedevo un modello formativo virtuoso o replicabile. E lo stesso vale per il padel. La risposta che mi sono dato è che ci sono due fattori, il tempo e la "fame", che giocano un ruolo importantissimo in Argentina. La stessa logica vale per il calcio: se i ragazzi passano molto tempo a giocare per strada c'è più probabilità che emergano giocatori bravi. Qual è stata la tua storia padelistica? Ho iniziato giocando a tennis, da ragazzo, mentre il padel l'ho scoperto a vent'anni e sono diventato professionista poco dopo. Ho fatto un percorso molto intenso, all'inizio degli anni Novanta. Mi allenavo tutti i giorni, sia a livello atletico che in campo. Non sono stati molti anni, circa sette, ma molto importanti e con molta qualità: quel bagaglio me lo porto dietro ancora oggi. E in Italia però sei ripartito dal tennis. Sì, ho iniziato all'inizio del 2002 con una scuola tennis. Però il padel mi tornava sempre in testa, in fondo è sempre stata la mia grande passione. Così un giorno sono andato a Bologna, l'unica città dove si poteva giocare. Mi sono presentato e ho lasciato il mio curriculum. Ho iniziato ad allenare le Nazionali maschile e femminile, che all'epoca giocavano solo a Bologna. Andavo lì una volta al mese per dirigere gli allenamenti. Poi, nel 2012, sono riuscito a convincere il proprietario del circolo Gardanella a mettere un primo campo e poi ne abbiamo messi altri due. In contemporanea il padel cominciava a diffondersi anche a Roma, ad esempio al Canottieri Aniene o al circolo Parioli. In quegli anni è cominciato tutto. Poi, nel 2014 la Federazione italiana ha deciso di affidarmi la Nazionale e mi ha chiesto di occuparmi della formazione. Per me è stato un momento importante, perché arrivavo dall'esperienza argentina e sapevo quali fossero le lacune a livello formativo. Con la Nazionale hai ottenuto ottimi risultati, tra cui un Europeo. Come mai è finita? Sinceramente non lo so. Nessuno ha fatto risultati migliori. A me nessuno ha mai comunicato nulla, nessuno mi ha mai detto se c'era qualcosa che non andava o se ho fatto male qualcosa. Non ho ricevuto neanche una comunicazione in cui mi sollevavano dall'incarico. E' una cosa che mi è dispiaciuta molto, anche perché credo che la Federazione italiana stia facendo molto meglio in confronto ad altri Paesi. Torneresti sulla panchina della Nazionale? Sì, molto volentieri. Io credo che bisogna dare sempre il proprio contributo per la crescita di questo sport. E' quasi un obbligo. Per tre anni ho fatto il ct senza percepire uno stipendio, ma sentivo di doverlo fare. Come vedi il padel tra vent'anni? Non si può pensare al futuro senza padel. Viviamo in un mondo dove è sempre più difficile interagire con la gente, siamo sempre più isolati anche per la diffusione sempre più massiccia della tecnologia. E il padel ti porta invece a stare insieme alla gente, a stare insieme a gente diversa da te. Quando giochi non ti importa se l'altro è un poliziotto o l'amministratore delegato di un'azienda. Ti importa se ti trovi bene in campo con quella persona, se si crea la giusta alchimia. Da questo punto di vista è un gioco incredibilmente democratico. L'ultima. Il tuo giocatore preferito, di oggi e di tutti i tempi? Difficile. Credo che Tapia non possa essere escluso da nessuna top-5. Il talento che ha lui non ce l'ha nessuno. Poi, Galan, che fa certe cose a un livello altissimo. Ma non si possono non citare Lebron, giocatore con una personalità unica, o Chingotto, un giocatore che rompe le regole del padel. E poi, ovviamente, Fernando Belasteguin: lui lo metto al primo posto, il migliore di sempre, non solo perché è quello che ha vinto più di tutti ma perché è stato quello che per primo ha capito al meglio il gioco del padel.
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